Esiste un comportamento umano tanto comune quanto poco compreso.
Accade quando finalmente arriva qualcosa che abbiamo desiderato a lungo: una relazione serena, un periodo di tranquillità, una persona che ci ama davvero, un momento di pace dopo anni difficili.
Dovremmo sentirci felici.
Eppure, proprio in quei momenti, qualcosa dentro di noi inizia a irrigidirsi.
Cominciamo a cercare difetti dove prima vedevamo bellezza.
Anticipiamo problemi che ancora non esistono.
Immaginiamo scenari negativi.
Mettiamo distanza.
Diventiamo guardinghi.
Molti chiamano questo fenomeno autosabotaggio.
Non sono convinto che sia sempre la definizione giusta.
Per sabotare qualcosa occorre, almeno in parte, volerla distruggere.
Nella maggior parte dei casi non è ciò che accade. Piuttosto, stiamo cercando di proteggerci. Non dalla felicità. Dal dolore che immaginiamo potrebbe seguirla. Più qualcosa diventa importante, più aumenta la possibilità di perderla. E più aumenta la possibilità di perderla, più diventiamo vulnerabili.
La gioia contiene una vulnerabilità che raramente viene raccontata.
Quando nulla ci importa davvero, soffriamo poco.
Quando invece amiamo profondamente una persona, un progetto o una parte della nostra vita, accettiamo implicitamente il rischio che un giorno tutto questo possa cambiare. Per alcune persone questa vulnerabilità è difficile da tollerare. Così la mente cerca una soluzione. Non sempre consapevole. Non sempre razionale.
Se una relazione è troppo bella, inizia a cercare crepe. Se un periodo della vita è troppo sereno, aspetta l’arrivo di una tempesta. Se una persona ci rende felici, iniziamo a chiederci quando se ne andrà.
Non perché siamo pessimisti.
Perché crediamo che prepararci alla perdita ci farà soffrire meno. È un’illusione molto umana. Eppure produce un paradosso. Nel tentativo di evitare un dolore futuro, smettiamo di vivere una felicità presente.
A questo si aggiunge un altro elemento spesso trascurato. Molte persone hanno sviluppato una straordinaria tolleranza alla sofferenza. Hanno imparato a resistere. Ad aspettare. A sacrificarsi. A sopportare. Sono diventate forti. Ma non sempre hanno imparato con la stessa facilità a ricevere. A fidarsi. A lasciarsi amare. A sentirsi al sicuro dentro qualcosa di bello.
Per anni hanno abitato territori fatti di attesa, rinuncia e delusione. Quando finalmente incontrano serenità e stabilità, non sempre le riconoscono come familiari. E l’essere umano tende spontaneamente a tornare verso ciò che conosce. Anche quando ciò che conosce non lo rende felice.
Per questo motivo il problema non è la felicità. Il problema è la familiarità. A volte non torniamo verso ciò che ci fa stare male. Torniamo verso ciò che ci è noto. La maturità emotiva forse non consiste nell’eliminare la paura della perdita. Consiste nel riconoscerla senza permetterle di governare la nostra vita.
Perché alcune delle cose più preziose che incontriamo meritano di essere vissute pienamente, anche sapendo che nulla è garantito per sempre.
Forse la vera libertà non è smettere di avere paura.
Forse è accettare che alcune gioie valgono comunque il rischio della loro perdita.
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A volte non allontaniamo la felicità perché non la desideriamo.
La allontaniamo perché abbiamo paura di quanto potrebbe farci male perderla.

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