domenica 17 aprile 2011

Ancora più libera la diffusione di OGM nei cibi






“La salute dell’uomo sta’ più nell’appropriato uso della cucina che nelle scatole degli speziali” Francesco Redi (1626-98)

Secondo le stime del Servizio internazionale per l’acquisizione delle applicazioni agro-biotech (Isaaa, rapporto N. 42) nel 2010 si è avuto un notevole incremento su scala mondiale delle coltivazioni transgeniche la cui diffusione ha superato in meno di 15 anni il miliardo di ettari, distribuiti prevalentemente fra Stati Uniti, Brasile ed Argentina; è emersa anche una rapida accelerazione in Cina, ove tali colture sono state adottate da circa 6,5 milioni di agricoltori.

All’interno dell’Ue, escludendo il caso spagnolo ― sul cui suolo si concentra circa l’80% dei terreni europei destinati agli Ogm ben ventuno Paesi dell’Unione mantengono il proprio divieto.
Gran parte dei consumatori si dimostra altresì diffidente verso l’alimentazione transgenica e trovandosi di fronte all’apposita etichetta identificativa, potendo scegliere ne rifugge l’acquisto.

Purtroppo col via libera concesso dall’Ue ai mangimi importati composti anche da materiale gm, evitare la contaminazione si farà sempre più arduo: se nel prodotto le tracce sono inferiori allo 0,9% non è infatti prevista l’etichettatura obbligatoria.
Nonostante i ripetuti appelli di medici e ricercatori, nonostante le preoccupazioni di associazioni ambientaliste per la temuta propagazione dei transgeni e l’allerta per la salute pubblica, gli Ogm continuano ad essere sponsorizzati come il “miracolo” che sfamerà il mondo intero.

L’Ue si fa sempre più permissiva, agevolando gli interessi delle grandi multinazionali statunitensi: un atteggiamento di apertura che ha avuto inizio nel 2003, anno in cui gli Stati Uniti assieme a Canada ed Argentina vinsero la vertenza commerciale presso la Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio) contro la moratoria europea del ’98 che sospendeva le autorizzazioni al mercato transgenico.

Strumento, o meglio testa di ponte che favorì la strategia aggressiva utilizzata dagli Usa per imporre sanzioni contro tutti i Paesi ― in particolar modo quelli in via di sviluppo, com’è accaduto già per Bolivia e Srī Lanka ― che avessero intenzione di applicare restrizioni in tal senso, è stato il programma stabilito dalla commissione Codex Alimentarius.
Si tratta del principale organismo mondiale, coordinato dall’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) che dispone le direttive di sicurezza alimentare, fissa i limiti sui residui di pesticidi, additivi e farmaci veterinari e le norme igieniche rivolte a ben 153 Paesi. Questi standard sono il punto di riferimento adottato dalla Wto per giudicare le vertenze internazionali ad essa sottoposte, ed è pertanto ovvio che tutti i Paesi membri dovranno sempre più attenervisi, volendo evitare le conseguenti perdite economiche dovute ad esorbitanti sanzioni.
Facilitare gli scambi commerciali internazionali è uno degli obiettivi dichiarati dal Codex Alimentarius, assieme a quello di “garantire ai consumatori un prodotto sano e igienico” e “correttamente presentato ed etichettato”: peccato siano delle finalità in netto contrasto fra loro, dato che gli interessi economici delle lobby industriali non antepongono certo la salute umana al profitto.

Anche il Codacons è intervenuto ― nel 2010 ― lanciando un allarme sugli additivi chimici sdoganati dal Codex: “alimenti trattati con sostanze quali micotossine, idrocarburi aromatici policiclici; desoxynivasol; acrilamide, cadmio.

Per i pesci si teme per il metilmercurio e per il piombo. Recentissima è poi l’autorizzazione ad aumentare fino a quasi il doppio il livello delle aflatossine nelle nocciole, noci, pistacchi e fave di cacao.
Eppure è risaputo che fin dagli anni Sessanta le aflatossine venivano utilizzate dai ricercatori per indurre i tumori negli animali per poi studiarli. Pertanto, le stesse non sono «potenzialmente» cancerogene; ma sono cancerogene e basta!”.
Consultando le linee guida sui cibi transgenici si legge: “I microorganismi a Dna-ricombinante usati per produrre questi alimenti sono generalmente derivati, usando le tecniche della più moderna biotecnologia, da ceppi che hanno una storia di sicuro e propositivo impiego nella produzione alimentare”. Nei casi in cui non vi sia alcuna referenza, non se ne esclude l’uso ma “si dovrà stabilire la loro sicurezza”. In che modo?
“Le valutazioni di sicurezza che sono state condotte hanno riguardato soprattutto la mancanza di proprietà associate alla patogenicità di questi microorganismi e l’assenza di segnalazioni su effetti collaterali attribuibili alla loro ingestione”. Parametri come la stabilità genetica dei suddetti, il potenziale di trasferimento genico e di colonizzazione o interazione con la flora del tratto intestinale, oltre all’impatto sul sistema immunitario verranno valutati a posteriori, in seguito ad eventuali ed imprevedibili conseguenze di un’assunzione prolungata: “le misure di gestione del rischio come il monitoraggio post-commercializzazione degli effetti sulla salute dei consumatori possono facilitare il processo di valutazione”.
Perciò secondo il Codex Alimentarius, prima di poter affermare che gli Ogm siano nocivi sarebbe necessario che il vostro benessere ne venga (irrimediabilmente?) compromesso, dopodiché sarà presa in considerazione l’ipotesi: sempre che siate in grado di dimostrare la diretta responsabilità dei “microorganismi a Dna-ricombinante” nell’insorgenza di una qualunque patologia. Altro criterio per una stima del rischio sarebbero infatti gli esiti sugli animali, e la conclusione a cui si giunge è proprio che “individuare qualsiasi effetto indesiderato e metterlo in relazione definitivamente con una caratteristica specifica del cibo può essere estremamente difficoltoso”, per l’appunto!

Come se non bastasse, degli Ogm sono sconosciuti anche “i potenziali risultati della trasformazione alimentare, inclusa quella domestica”; potrebbero esserci ad esempio “alterazioni nella stabilità di una sostanza tossica endogena o nella biodisponibiltà di importanti nutrienti dopo l’elaborazione”. Ma in ogni caso “basando la stima sul più alto consumo possibile è garantito che il potenziale di effetti nutrizionali indesiderati verrà rilevato”, ed inoltre “l’obiettivo della valutazione sulla sicurezza è concludere che il cibo prodotto con un microorganismo a Dna-ricombinante è sicuro quanto la controparte tradizionale”.

Fonti esseziali
Stanley W.B. Ewen, Árpád Puszai, Effect of diets containing genetically modified potatoes expressing Galanthus nivalis lectin on rat small intestine, in «The Lancet», Vol. 354, N. 9187, pp. 1353- 354, 16 October 1999.
Codex Alimentarius Commission, Twenty-sixth Session, FAO Headquarters, Rome, 30 June-7 July 2003;
General guidelines on claims, CAC/GL 1-1979 – Codex Alimentarius.
Guideline for the conduct of food safety assessment of foods produced using ecombinant-Dna microorganisms, CAC/GL 46-2003 – Codex Alimentarius.

Rinascita http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=739

Non bombarderemo la Libia


La conferma del no di Berlusconi ai bombardamenti sulla Libia non può renderci meno colpevoli.
L’ipocrisia della partecipazione a questa missione dei cosiddetti volenterosi, capeggiati dagli anglo-francesi, non può essere insabbiata.

era più corretto aspettare, far passare l'emotività e poi decidere. Anche perché si tratta di una guerra tra tribù, dove diventa complesso giudicare e posizionarsi.
Assolutamente senza voler rendere Gheddafi un eroe o un giusto capo di stato.

Sarkozy, Cameron, Obama hanno chiesto un intervento più deciso dell'Italia e il nostro governo ha detto no.
quindi la nostra aviazione Militare non bombarderà le forze lealiste né le città libiche per spianare la strada ai ribelli di Bengasi. Però, lo ripetiamo, si tratta di una posizione ipocrita, in quanto partecipiamo comunque all’annullamento della contraerea del colonnello. “Facciamo già abbastanza”, questa la posizione espressa da Berlusconi, soprattutto per la “nostra posizione geografica ed il nostro passato coloniale”.
Con il governo francese siamo duramente in contrasto sia per le decisioni libiche che per quelle sul flusso migratorio. Sul primo non abbiamo mandato giù il protagonismo di Sarkò che per questioni interne e per il petrolio libico ha avviato questa nuova guerra.

Giustamente si deve difendere il primato dell’Eni che dai tempi di Mattei opera sul territorio libico ma non per questo si deve stare in questa alleanza.
Berlusconi come lo stesso ministro della guerra La Russa nonché Frattini sono passati dalla difesa di Gheddafi al riconoscimento del governo di Bengasi.
Va bene che siamo italiani e quindi abituati a passare da una posizione all’altra, ma ancora un ennesimo "to badogliate" è troppo.

venerdì 18 febbraio 2011

Rafid Ahmed Alwan al Janabi scopre le menzogne sulla Seconda Guerra del Golfo


Rafid Ahmed Alwan al Janabi ha fatto le sue rivelazioni fatte al servizio segreto tedesco (Bnd).

Dopo otto anni l’inizio della Seconda guerra del Golfo la prima dichiarazione ufficiale che il piano di sviluppo di armi chimiche iracheno era solo una menzogna. L’arsenale poi, tranne una fabbrica di insetticida, non è mai venuto alla luce.

Adesso si attende di conoscere il nome del responsabile che diede fiducia alle divulgazioni di al Janabi, senza che queste avessero alcun controllo certo.Il primo a esprimersi sul caso è stato l’ex segretario di Stato Usa Colin Powell, che nel 2003 prospettò alle Nazioni Unite la testimonianza dell’ingegnere chimico come una prova evidente degli intenti di Saddam Hussein

Colin Powel scarica la responsabilità sui modi con cui gli interrogatori di al Janabi sono stati condotti e su come si siano ottenute le dichiarazioni.

Insomma adesso inizia lo scaricabarile.

La comunità internazionale è ben cosciente che l’assurda azione preventiva intrapresa da Bush si basava su prove fatue, ma se lo stesso delatore dichiara che ha sempre detto il falso quel minimo di prestigio che gli uomini dell’allora Staff presidenziale crolla del tutto.

L’allora capo divisione della CIA in Europa Tyler Drumheller, ha affermato di aver accolto le testimonianze del dissidente iracheno, ma di aver sempre rimarcato che l’uomo poteva essere un mistificatore. A queste parole l’ex capo della CIA, George Tenet ,sostiene di non avere mai avuto nessuna nota dall’Europa.

Ma a smentire tutti ci pensa al Janabi ricordando che i servizi Segreti Tedeschi dopo una prima serie di interrogatori si accorsero che erano comunicati solo fatti di fantasia, e smisero d’interrogarlo.
Le interrogazioni ripresero diciotto mesi dopo (poco dopo l’attentato alle torri gemelle) quando tornarono gli vennero chiesti ulteriori dettagli sulle precedenti notizie diffuse. E proprio queste ultime dichiarazioni finirono nel discorso di Powell alle Nazioni Unite”.

giovedì 17 febbraio 2011

un dato circa la vaccinazione da H1N1


Ogni tanto la stampa scrive sulla cosi detta influenza suina, narrando di nuovi casi e sulla necessità della vaccinazione.
L’autorevole “Le Figaro” riporta a proposito un dato emerso dal uno studio finlandese.

Su centomila vaccinati contro il virus H1N1 30 hanno sviluppato narcolessia, una malattia degenerativa irreversibile del cervello. Tutti e trenta sono giovani prepuberi.
Tutta la popolazione affetta da questa malattia anno avuto il vaccino della ditta Glaxo.

Nell’attesa di stabilire se si tratti di un “incidente” da eccipienti o un temuto effetto collaterale al vaccino il Ministero della Sanità finlandese ha sospeso la vaccinazione e ritirato tutte le scorte di vaccino dal commercio e dall’uso.

Da rimarcare che i casi di narcolessia dichiarati in Finlandia, sino a prima dell’introduzione del vaccino, erano 7 in tutto il 2007 e 10 in tutto il 2008.

Non voglio riportare altro che la notizia. Lascio i giudizi al lettore; la vaccinazione ha reso un servizio all’umanità, questo è certo, ma si è anche abusato della stessa.
Quando non è certa la pericolosità di una malattia è giusto creare questo farmaco, sapendo che non è puro?

domenica 30 gennaio 2011

Direttiva CEE su erboristeria. Ingresso della lobbies del farmaco anche qui



Si dice che dal prossimo primo aprile 2011, cioè tra quattro mesi, spariranno dalla vendita integratori, medicine naturali tradizionali, chiuderanno le scuole di naturopatia e omeopatia, e verranno date alle fiamme tutti i libri su argomenti naturali.
Notizio che certamente rientrano in una strategia ben precisa.
Diffondere notizie non realizzabili (almeno nell’immediato) rientra in una strategia mediatica di deviazione delle masse.
Chi infatti potrà mai credere che spariranno libri, o addirittura che saranno chiuse le scuole pluridecennali di naturopatia?
Siccome ciò nel breve termine ciò è impossibile, il risultato è che tutto perde di significato.

Cerchiamo di fare un po’ chiarezza.

Direttiva 2000/13/CE
Studiamo prima la direttiva del 20 marzo 2000 quando i burocrati del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa hanno deliberato la Direttiva 2000/13/CE “relativa al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernenti l'etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari, nonché la relativa pubblicità"
In questa Direttiva, entrata in vigore il 26 maggio 2000, si parla dell’etichettatura a livello comunitario.

Articolo 2

1. L'etichettatura e le relative modalità di realizzazione non devono:

b) (…) attribuire al prodotto alimentare proprietà atte a prevenire, curare o guarire una malattia umana né accennare a tali proprietà.

Nella presente Direttiva NON si può “attribuire al prodotto alimentare proprietà atte a prevenire, curare o guarire una malattia umana né accennare a tali proprietà”. Cosa i burocrati intendono per “prodotto alimentare” lo troviamo nella Direttiva 2002/46/CE.

Direttiva 2002/46/CE
La Direttiva 2002/46/CE, sancita questa volta in Lussemburgo, “relativa a ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri concernente gli integratori alimentari" è molto interessante!

In Italia è stata recepita con un Decreto legislativo nr. 169 del 21 maggio 2004 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale nr. 164 del 15 luglio 2004.

Articolo 1
1. La presente direttiva si applica agli integratori alimentari commercializzati come prodotti alimentari e presentati come tali.

All’articolo 1 della Direttiva 2002/46, gli “integratori alimentari”, sono commercializzati come “prodotti alimentari”, e in quanto tali, per la Direttiva 2000/13 vista prima, NON si è possibile attribuire loro alcuna proprietà “atte a prevenire, curare o guarire una malattia umana” .
All’articolo 2, paragrafo b) invece, si specifica che le vitamine e i minerali sono considerati “sostanze nutritive” o “nutrienti”, mentre al paragrafo a) gli “integratori alimentari” possono essere costituiti da una “fonte concentrata di ‘sostanze nutritive’ ”. Si può per tanto concludere che anche le vitamine e i minerali sono considerati “prodotti alimentari”!

Articolo 2

Ai fini della presente direttiva si intende per:

a) "integratori alimentari": i prodotti alimentari destinati ad integrare la dieta normale e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico (…);

b) "sostanze nutritive" o "nutrienti": le seguenti sostanze:

i) le vitamine;

ii) i minerali.

Ecco il primo passaggio epocale: trasformare “minerali”, “vitamine” e “piante”, prima in “integratori” e quindi in “prodotti alimentari” (integratori alimentari), specificando anche la dose raccomandata per l’assunzione giornaliera (la ridicola R.D.A.). Dose da non superare, ovviamente!
Non è tutto, perché a corredo di tale direttiva, il Ministero della Salute ha fornito un elenco delle piante permesse (Tabella B: “erbe impiegabili negli integratori alimentari”) e un elenco delle sostanze non permesse (circa 400, Tabella A: “erbe il cui uso deliberato non è ammesso”).
Tutte le piante citate in quest'ultimo elenco, sono state tolte dal commercio, creando confusione tra venditori e consumatori e seri problemi economici ai produttori!
Tanto per capire la situazione, ci sono numerosi casi in cui una medesima pianta figura in entrambi gli elenchi, differenziata solo dalla parte utilizzabile (seme, fiore o corteccia per esempio). Ancora più confusione e danni economici enormi a quelle piccole o medie aziende che magari hanno investito soldi su dei prodotti, piuttosto che su una specifica pianta.

Se teniamo conto che nella Direttiva 90/496/CEE del 24 settembre 1990, come “prodotti alimentari” sono, quelli “destinati a ristoranti, ospedali, mense e altre analoghe collettività" cioè solo alimenti!
Specificando subito dopo, all’articolo 1, paragrafo 2) che tale Direttiva (90/496/CEE) non si applica alle acque minerali e agli “integratori di regime/complementi alimentari”
E’ la prima volta dal 1990, che vitamine e minerali vengono considerati come “prodotti alimentari”, con le conseguenze che abbiamo visto sopra e che vedremo anche tra breve.
Adesso veniamo alla Direttiva che più ha scatenato le rivolte nel web.

Direttiva 2004/24/CE
Questa essendo stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale n. L 136 il 30/04/2004, non entra in vigore, come viene detto nel web, il primo aprile 2011, ma il mese successivo, e cioè il primo maggio del 2011.

Ciò elimina dalla testa dei malpensanti un “pesce d’aprile” di catastrofiche dimensioni.
La Direttiva 2004/24 modifica “per quanto riguarda i medicinali vegetali tradizionali, la direttiva 2001/83/CE recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano".
L’ormai arcinota Direttiva modifica una precedente Direttiva, la 2001/83 del 6 novembre 2001, che definisce “i medicinali per uso umano”, per l’esattezza va a modificare i “medicinali vegetali tradizionali”.

Cosa sono questi medicinali?
La Direttiva è chiara a tal proposito e definisce “medicinale”, “medicinale vegetale tradizionale” e “medicinale vegetale”.
Con il termine generico “medicinale”, la definizione è la seguente:

(Punto 2) comma a) ogni sostanza o associazione di sostanze presentata avente proprietà curative o profilattiche delle umane; o comma b) ogni sostanza o associazione di sostanze che possa utilizzata sull'uomo o somministrata all'uomo allo ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un'azione farmacologica, immunologica metabolica, ovvero di stabilire una diagnosi medica.

Per “medicinale vegetale tradizionale”:

29) medicinale vegetale che risponda ai requisiti di cui all'articolo 16 bis, paragrafo 1.

Per “medicinale vegetale”:

30) ogni medicinale che contenga esclusivamente come principi attivi una o più sostanze vegetali o uno o più preparati vegetali, oppure una o più sostanze vegetali in associazione ad uno o più preparati vegetali.

All’articolo 16 bis, paragrafo 1 si dice che è istituita una procedura di registrazione semplificata per i medicinali vegetali che soddisfano TUTTI i seguenti requisiti:

a) le indicazioni sono esclusivamente quelle appropriate per i medicinali vegetali tradizionali che, in virtù della loro composizione e del loro scopo, sono destinati ad essere utilizzati senza controllo medico per necessità di diagnosi, di una prescrizione o per il controllo del trattamento;

b) ne è prevista la somministrazione solo in una determinata concentrazione e posologia;

c) si tratta di un preparato per uso orale, esterno e/o inalatorio;

d) è trascorso il periodo di impiego tradizionale di cui all'articolo 16 quater, parag. 1, lettera c);

e) i dati relativi all'impiego tradizionale del medicinale sono sufficienti; in particolare, il prodotto ha dimostrato di non essere nocivo nelle condizioni d'uso indicate e i suoi effetti farmacologici o la sua efficacia risultano verosimili in base all'esperienza e all'impiego di lunga data.

A parte i paragrafi i primi tre, la lettera d) sancisce un periodo di tempo tradizionale stabilito dall’articolo 16 quater, paragrafo 1 lettera c).
Articolo 16 quarter, paragrafo 1 lettera c).

“La documentazione bibliografica o le certificazioni di esperti comprovanti che il medicinale in questione o un prodotto corrispondente ha avuto un impiego medicinale per un periodo di almeno trent'anni anteriormente alla data di presentazione della domanda, di cui almeno 15 anni nella Comunità. Su richiesta dello Stato membro in cui è stata presentata la domanda di registrazione per impiego tradizionale, il comitato dei medicinali vegetali esprime un parere sull'adeguatezza della dimostrazione dell'uso di lunga data del medicinale in questione o del prodotto corrispondente. Lo Stato membro presenta la documentazione rilevante a sostegno della richiesta”

Un prodotto che funziona, se non si riesce a comprovare il suo impiego continuativo per almeno 30 anni, prima della data di presentazione della domanda, rischia di essere messo al bando e tolto dal commercio.
Ma i punti che più c’interessano, scorrendo la Direttiva del 2004, sono il 3 e 5.

Punto 3:

“Nonostante una lunga tradizione d'uso, numerosi medicinali non rispondono ai requisiti relativi all'impiego medicinale ben noto né presentano una riconosciuta efficacia e un livello accettabile di sicurezza e non possono pertanto essere oggetto di un'autorizzazione all'immissione in commercio. (…)”

Punto 5:

“(…) Tuttavia, poiché neppure una lunga tradizione consente di escludere eventuali timori circa la sicurezza del prodotto, le autorità competenti dovrebbero avere la facoltà di richiedere tutti i dati necessari per la valutazione della sicurezza. La qualità di un dato medicinale non è determinata dal suo impiego tradizionale. Pertanto non dovrebbero essere concesse deroghe all'obbligo di effettuare le necessarie prove chimico-fisiche, biologiche e microbiologiche. I prodotti dovrebbero soddisfare le norme di qualità contenute nelle monografie della farmacopea europea pertinenti o in quelle della farmacopea di uno Stato membro”

Qui il caos è voluto.

Da una parte dicono che una lunga tradizione di un medicinale vegetale consente di non dover fare la sperimentazione preclinica e dall’altra dicono che tuttavia, poiché “neppure una lunga tradizione consente di escludere eventuali timori circa la sicurezza del prodotto, le autorità competenti dovrebbero avere la facoltà di richiedere tutti i dati necessari per la valutazione della sicurezza”
Ecco il giochetto messo in atto dai burocrati di Strasburgo, Bruxelles e Lussemburgo.

Le autorità di controllo, completamente fagocitate dalle corporation della chimica e farmaceutica, dovrebbero richiedere - avendone la facoltà e autorità - i dati necessari per la valutazione della sicurezza di un prodotto vegetale tradizionale.
Sapete come si valuta la sicurezza di un prodotto per uso umano? Lo spiega la stessa Direttiva 2004/24/CE:

“Le domande di autorizzazione all'immissione in commercio di un medicinale debbano essere corredate di un fascicolo contenente informazioni e documenti relativi in particolare ai risultati delle prove chimico-fisiche, biologiche, microbiologiche, farmacologiche, tossicologiche e delle sperimentazioni cliniche effettuate sul prodotto e comprovanti la sua qualità, sicurezza ed efficacia”

Per tanto, se una azienda vorrà vendere un prodotto erboristico (pianta o parti di pianta) descrivendone però le caratteristiche “terapeutiche” e/o “curative” questo verrà considerato alla stregua di un “farmaco di sintesi”, anche se viene usato da migliaia di anni.
Per una piccola o media azienda questo è praticamente impossibile!
Per produrre rimedi terapeutici naturali, bisognerà fornire alle autorità: prove chimico-fisiche, biologiche, microbiologiche, farmacologiche, tossicologiche e cliniche.

La domanda che sorge spontanea: chi potrà permettersi tutto ciò? E la risposta purtroppo è sempre la stessa: i soliti noti… Solo le aziende del farmaco potranno economicamente registrare un prodotto erboristico per poi tenerlo fermo in un cassetto, oppure guadagnandoci miliardi alla faccia delle piccole aziende che lavorano bene e onestamente.

domenica 16 gennaio 2011

Ancora sulla vaccinazione antiinfluenzale

Oramai siamo in inverno e come al solito stiamo assistendo alla trita e ritrita diatriba sulla utilità della vacinzione contro l'influenzale stagionale (che conterrà, oltre all' H3N2 A/Perth e B/Brisbane, il famoso A/H1N1).

Tema che quest'anno riprende con toni e proponimenti diversi visto l'insuccesso della campagna vaccinale dello scorso anno contro l'influenza pandemica, rifiutata da pazienti e medici. e dai dubbi e le polemiche sulla sicurezza e l'efficacia della vaccinazione.

A proprosito di campagne nazionali di vaccinazioni è di questi giorni la notizia che la Finlandia ha bloccato la somministrazione del vaccino H1N1 nel timore di una relazione tra il vaccino e l'aumento dei casi di narcolessia (il 300% negli ultimi sei mesi tra bambini e giovani).

Anche in Svezia l'Agenzia Nazionale per i farmaci, dopo aver ricevuto numerose segnalazioni di casi di narcolessia che si sospettano legati alle vaccinazioni, ha informato l'Agenzia Europea per la Medicina (EMA). Un Comitato di vigilanza indagherà sul possibile rapporto causale, dopo analoghe segnalazioni provenienti da altri paesi europei, quali Norvegia, Francia e Germania.

Naturalmente i media guidati dal potere delle multinazionali del farmaco comunicheranno dati sul numero sugli ammalati (quante persone a letto con l'influenza?) e qualche previsione catastrofica sulle vittime. Immancabilmente seguirà qualche comunicazione ufficiale da parte delle autorità sanitarie o delle varie associazioni di medici e specialisti per invitare tutti a vaccinarsi.

La pubblicità commerciale, diretta o occulta si attenuerà solo quando le scorte dei vaccini inizieranno a diminuire. Ma finché i vaccini restano in magazzino, la propaganda rimarrà aggressiva, ed il marketing sempre più diffuso.

Ricodro che l'influenza è impossibile da distinguere da altre forme virali in base ai soli sintomi clinici. Si usa il termine di Influenza-Like Illness per definire le malattie simil-influenzali, di cui la vera influenza, quella verso la quale esiste il vaccino, rappresenta circa il 10% del totale, secondo alcuni studi addirittura solo il 6%. Questa confusione è un motivo di distorsione nella valutazione dell'impatto sociale, della morbilità e della letalità della influenza, che può essere diagnosticata con certezza solo attraverso esami di laboratorio. E' su questo equivoco che si genera molto della propaganda: si trascura di ricordare che il vaccino può immunizzare unicamente dai virus contro cui è mirato.

Prove scientifiche dimostrano che: i vaccini nei bambini al di sotto dei 2 anni sono efficaci come il placebo, cioè niente.

Non vi sono prove che i vaccini riducano la mortalità né tra i bambini e che tra gli adulti.

L'assenza dal lavoro degli adulti occupati è ridotta di circa due ore solamente.

Non vi è correlazione fra incidenza dell'influenza e riduzione della mortalità e copertura vaccinale negli anziani istituzionalizzati.

In realtà le prove di efficacia di cui si dispone sono deboli e le aspettative dei benefici non sono realistiche. La storia della medicina è ricca di trattamenti entrati nella pratica e nella dottrina pur privi di certezze di sicurezza ed efficacia. Il vaccino antinfluenzale è un esempio emblematico della comunicazione imperfetta tra ricerca scientifica e pratica medica. La campagna vaccinale non si basa su evidenze scientifiche, ma sull'intreccio tra l'industria che produce i vaccini, ed istituzioni che adottano scelte e comportamenti spesso all'ombra di conflitti di interesse.

BIBLIOGRAFIA
Jefferson T. Influenza vaccination: policy versus evidence. BMJ 2006; 333: 912-915.
Jefferson T, Smith S, Demicheli V et al. Assessment of the efficacy and effectiveness of influenza vaccine in healthy children; systematic review. Lancet 2005; 365: 773-780.
Szilagji PG, Fairbrother G, Griffin MR, et al.Influenza vaccine effectiveness among children 6 to 59 months of age during 2 influenza seasons. Arch Pediatr Adolesc Med 2008;162:943-51.
Jefferson T. Influenza. Clinical Evidence. Available at http://clinicalevidence.bmj.com/ceweb/conditions/ind/0911/0911.jsp Jefferson T. Influenza. Clinical Evidence. Available at http://clinicalevidence.bmj.com/downloads/05-10-09.pdf
Grandori L.Vaccinare contro l'influenza i bambini sani: con quali obiettivi.Quaderni ACP 2007;14(3):122-230; 340:c2947 QQACP7; 14(3): 122-123
Bruzzone M.Grazia,Ricominciano le polemiche sui vaccini anti influenza.Lastampa.it Brownlee S. Lenzes J. Internazionale 2009 nov;36-44


venerdì 24 dicembre 2010

Dove dirigersi?

La volontà degli dei era interpretata dai sacerdoti, che avevano varie specialità: alcuni erano esperti nell'osservare i lampi, altri nel volo degli uccelli, altri ancora nell'osservare le viscere degli animali sacrificati.

Ora la sede della vita era il fegato e solo chi conosceva la sua esatta morfologia poteva distinguerne tutti gli aspetti normali e non e quindi poterne apprezzare i sacri messaggi, che il viscere estratto dall'animale immolato portave in sè.

Messaggi che venivano inviati non per evitare l'accadersi degli eventi, ma solo per poterne essere a conoscenza.

Oggi, moderni e sazi intellettualmente ancor di più abbiamo bisogno di conoscere il fururo, pavidi piccoli essereri sedotti dal benessere fatuo della società dei beni, spaventati per un incerto futuro che ci privi dell'inutile. E così acquistiamo quello che persumiamo essere il futuro, dimentichi che la conoscenza di ciò che è nella mente degl dei può essere ottenuta solamente con profonda fede e sacrificio.